AIESGRAF - Associazione italiana educazione sanitaria grafologica

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Articoli


sullo scrivere "brutto"

Fin dagli anni ’40 e non oltre una trentina di anni fa nelle scuole si insegnava ai bambini a ricopiare il disegno delle lettere, a partire dalle aste, dai cerchi, dai segni minimi come punti e virgole. L’obiettivo era quello di abituare la mano e la pluralità delle funzioni cerebrali impegnate nello scrivere a percorsi senza soluzione di continuità, con altezza e durata immediati e ritmati. Il prodotto doveva essere senz’altro bello da vedere e, di fatto, la “bruttezza” era bandita Mutati e tempi e le pedagogie, la calligrafia nelle scuole non è stata più insegnata e i bambini si son trovati ad inventare il proprio modo di scrivere, spesso senza le dovute informazioni su come impugnare la matita o la penna, su come rispettare i margini o la direzionalità del rigo. Si è quindi intensificata la popolazione di chi ha cominciato a scrivere brutto ed ha continuato a farlo anche da adulto . Nondimeno, l’adulto avveduto, anche senza avere il dono della bella scrittura , deve sapere che oggi, nella cultura di quasi ciascun paese del mondo, fondata è la consapevolezza che la scrittura è in relazione con la mente, il cervello, il corpo e che, pertanto, la stessa bruttezza scritturale è portatrice di significato: chi scrive in questo modo tende ad autoproteggersi dall’esterno. Alle azioni reagisce con una buona dose di reattività adottando opportune misure difensive. Difficilmente dimentica un torto subito.

sullo scrivere


 

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